In difesa di Tito Scarselli: “E gli danno la caccia come un lupo rabbioso”.

 

(c.s.) Firenze. Dicono che sia un brigante. E dietro la notiziola dell’aggressione subita dal fattore o dal possidente non mancano mai di far seguire qualche dato che ricordi al pubblico (cui piacciono tanto certe leggende che sembrano tornare a rifiorire dal torbido tempo che fu) come Tito Scarselli viva tra le colline fiorentine e i macchioni senesi a modo dei banditi classici. E gli danno la caccia come un lupo rabbioso. I carabinieri di Colle e di San Gimignano e i fascisti delle fattorie disseminate nell’angolo delle tre provincie battono il terreno, cercando il brigante in ogni casa, in ogni fienile, in ogni boscaglia desolata.

Lo prenderanno vivo o morto. Forse morto, perché certo se l’avvisteranno gli spareranno addosso per non farselo fuggire per non perdere la taglia che è stata promessa dal governo di Roma. Che strano tipo di bandito però. Da quando è ricomparso nelle strade della sua terra non ha recato offesa a nessuno che non fosse in grado di poter onorevolmente sopportare le conseguenze di una aggressione. Ha spogliato un ricco Marchese agrario, ha levato il portafogli a 2 o 3 fattori di ritorno dal mercato (quei grassi e luridi fattori toscani gran quattrinai per voce pubblica), ha tentato di fermare una velocissima automobile che passava nel suo dominio senza confini e senza leggi, ma però non ha mai chiesto con quel suo modo energico e irresistibile (la bocca buia di un moschetto da carabiniere) qualcosa a qualcuno che potesse appena appena possederla.

È un brigante Tito Scarselli che non ha ancora ucciso, che non ha ancora pensato né a vendicarsi, né a difendersi. Un brigante che fa quasi e piuttosto della guerriglia classica, veramente un bandito classico che va dalla macchia alla strada per essere parecchio da meno dell’assassino volgare e bestiale, per essere di molto migliore del ladro di professione. È come uno di quei vecchi banditi di Toscana che abbandonavano insofferenti il paese dove l’ombra del castello comitale soffocava la loro ribellione di giovani e fuggivano nelle lande maremmane o nei boschi arrampicati su per le colline e per i monti a vivervi la loro vita di briganti sì ma liberi, di banditi sì ma non di servi. Tito Scarselli infatti è stato fino ad un anno fa un operaio, un operaio modesto, umile, laborioso, onesto. Una figura semplice di lavoratore. Uno di quei tanti compagni nostri che vivevano lavorando nei loro borghi tranquilli accanto alla loro famiglia, forti del loro patrimonio, la capacità di lavorare e di produrre, fieri di una loro operanza, vivere un giorno in un modo senza più odiosità di sfruttamento, senza più oltraggio di tanta e così sfacciata ingiustizia. Fino ad un anno fa o giù di lì.

Che un giorno anche Certaldo il paese del nostro brigante fu preso d’assalto da carabinieri, da guardie regie, da soldati e da fascisti. Fu una giornata di terrore e di tragedia. Vi furono dei feriti. Un carabiniere morì colpito da una bomba. Allora successe come dappertutto in quei tristi giorni di marzo. Si invasero le case di operai per arrestarli, per bastonarli, per vendicarsi di loro, delle loro speranze, per sfogare su di loro l’orribile sete di vendetta feroce che tormenta i neri. Molti furono presi nelle quattro mura delle loro case. Qualcuno invece riuscì a fuggire. Tra questi anche lui, il bandito, lo Scarselli. E da allora diventò un brigante.

Prima con suo fratello e con altri congiunti e amici suoi fuorusciti come lui. Ora (scappato a Bologna tra le mani dei carabinieri) solo. Vive tra la macchia e la strada. Cento pericoli lo insidiano. È circondato da uomini che lo uccideranno, se lo troveranno un giorno. E non ha commesso un solo delitto. Ha voluto esser libero. S’è rifiutato di farsi buttare dentro una galera ad aspettarci forse una condanna ingiusta. Per questo egli è un brigante, perché non ha voluto cedere alla prepotenza né piegarsi al sopruso. Vive spavaldamente tra la strada e la macchia. Con il moschetto in pugno e la cartucciera alla cintola come i banditi di 100 anni fa. E come quelli forse, nelle sue macchie e per le sue strade, un giorno combatterà l’ultimo suo scontro e chiuderà la partita.

Perché un brigante come lui, come Tito Scarselli non potrà che essere ammazzato così, senza pietà, come s’ammazza un cane. Per più ragioni. 1° perché è un operaio, poi perché è un sovversivo, infine perché non ha freddato senza ragione un uomo qualunque. Magari invece tra quelli che ora gli danno la caccia, si cela anche qualche galantuomo che sulla coscienza inquieta il pesante ricordo di un omicidio consumato senza ragione, senza sapere perché, freddamente così per uccidere in una spedizione arrossata d’incendi e di saccheggi. Ma però il brigante è lui, Tito Scarselli, e basta. E verrà ucciso; ed i giornali tesseranno allora le lodi di chi si sarà macchiato le mani nel sangue dell’innocuo bandito. Mentre il governo pagherà soddisfatto la taglia delle 3000 lire.

Ma il proletario, certo, preferisce il “bandito” Scarselli ai ricostruttori della quarta Italia (1).

1)«Il comunista», 1922

(da: Fausto Bucci, Simonetta Carolini. Claudio Gregori,. Gianfranco Piermaria. “Il rosso”, “il lupo” e “Lillo”.  Gli antifascisti livornesi nella guerra civile spagnola, Follonica: La ginestra, 2009, p.282-283).