Carlo GENTILI, scultore

Carlo Gentili - Autoritratto 1944

Carlo Gentili nacque a Grosseto il 18 ottobre 1910 in una famiglia di antifascisti. Suo padre Costantino “parlava spesso di Pietro Gori, anarchico, con tanto entusiasmo”, come scrive in un appunto Carlo. La madre, Maria Fiacchi, era di estrazione contadina e si era trasferita in Maremma da Siena.

Ancora giovane Gentili frequenta gli antifascisti grossetani Assunto Aira, Lio Lenzi, Enrico Orlandini, Elvino Boschi, Angelo Rossi (Trueba) ed altri. Si dedicherà presto alla pittura con l’amico Nazzareno Rosignoli (Neno) con il quale maturerà le prime esperienze espressive. Giovanissimo, a soli 12 anni, va a lavorare nella bottega dello scultore Ivo Pacini per diventare apprendista. Lì avrà modo di conoscere vari artisti (scrittori, pittori, scultori) che capitano nella bottega di Pacini, fra questi si ricorda Paride Pascucci di Manciano che apprezzerà i suoi disegni. Negli anni trenta inizia la sua partecipazione a mostre locali, poi regionali e nazionali.

 

Nel dopoguerra fonda con gli artisti Dominici, Faccendi, Mattei, Parigi, Parrini, Piancastelli e Rosignoli, il “Circolo Artistico Grossetano” che dal 1946 gestirà per alcuni anni, a Grosseto, la sala espositiva “La Chimera”. Questa sua attività artistica durerà per tutta la vita e molte delle sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Gentili muore improvvisamente nel luglio 1996.

Nell’occasione dei 100 anni dalla nascita, a Grosseto, è stata allestita, nel Cassero senese, Fortezza delle Mura Medicee, una “esposizione celebrativa per il centenario della nascita – 11 dicembre 2010 – 6 gennaio 2011” ed è stato pubblicato dall’editore Effigi di Arcidosso, il catalogo “CARLO GENTILI 1910-1996”.

 

Appendice

Di seguito una testimonianza di Carlo Gentili  del 1989 rimasta inedita. La vicenda si riferisce ad una precedente tetimonianza di Guido Vannozzi che Gentili aveva letto.
Maria, una compagna francese (1)

a cura di Corrado Barontini

Carlo Gentili - Contadini Maremmani 1963

Nel leggere la testimonianza di Guido Vannozzi («Grosseto 90», n.1, 1989), laddove parla di Maria, una compagna francese che tenne per un po’ i legami con il Partito Comunista a Grosseto, mi sono venuti in mente altri particolari di quella storia.
Intanto, l’indirizzo del Vannozzi era stato fornito all’organizzazione clandestina del PCI (che era in Francia) da Trueba ( Angiolo Rossi ) quando espatriò per andare a combattere in Spagna.
Ero comunista, ma il mio impegno politico nella clandestinità è stato marginale; tuttavia una volta venni convocato a casa del Vannozzi per prendere un pacco di volantini che gli erano stati lasciati da Maria.
In quei giorni, mi ricordo, c’era stata una battuta repressiva dei fascisti grossetani, in particolare contro i comunisti; per questo motivo venne deciso di affidare a me (che ero meno in vista) il pacco dei volantini. Poi sarebbero stati distribuiti appena passata la buriana.
Ricordo che in quei volantini era stata pubblicata una foto di Randolfo Pacciardi a cavallo; il Pacciardi (repubblicano) è stato comandante e combattente nella Brigata Garibaldi in Spagna ed era nato a Giuncarico…
La mattina che andai da Guido a ritirare il pacco stava piovendo, veniva giù una ‘staccettina’ fitta … Prima di uscire con il pacco il Vannozzi (che abitava in via Scansanese) mandò la sorella Marina a guardare dalla finestra se la strada era ‘adatta’ per uscire. Invece lì fuori c’erano due carabinieri e questo fatto ci mise subito all’erta. Ci mettemmo d’accordo, in caso quei carabinieri fossero saliti da noi, di sostenere che io ero lì a far visita a Guido, perché era ammalato, mentre la sorella all’ultimo momento doveva far sparire il pacco dei volantini gettandoli nel gabinetto.
Per un bel po’ rimanemmo in ansia, ma quando smise di piovere, i carabinieri, che si erano fermati lì per ripararsi, ripartirono e io potei uscire indisturbato con il pacco di volantini che poi dopo qualche tempo tornò a Guido per la diffusione.
L’ultima volta che Maria venne a Grosseto, mi toccò ancora di essere protagonista di un’altra storia.
Si era d’estate e questa compagna (che non ho mai conosciuto di persona) passò da Grosseto per i contatti che doveva tenere. Ma si era fermata a Marina di Grosseto (che allora si chiamava San Rocco) e lì la sera era andata a ballare e aveva conosciuto un mio amico (un giovane e bravo ragazzo) che era iscritto al partito fascista come molti giovani di allora.
Fu lui a parlarmi di questa francesina che gli aveva fatto un regalo: un porta sigarette dove era applicato un accendino… per quei tempi era un vero gioiello. La francesina aveva confidato a questo mio amico di essere la moglie di un ingegnere e che si trovava in vacanza in Italia per qualche giorno.
Una sera questo mio amico mi venne a trovare tutto impaurito e mi chiese di uscire con lui perché aveva da raccontarmi della francesina.
Così mi informò che quella notte stessa la polizia fascista avrebbe dovuto arrestare Maria perché ritenuta una sovversiva ed una spia.
Questa notizia mi fece sobbalzare. Trovai una scusa per congedarmi dall’amico dicendo che mi sentivo poco bene, poi corsi alla ricerca di qualche compagno perché intervenissero per farla scappare. E così fu, poiché quando la polizia arrivò all’albergo dove pernottava la francesina trovarono la stanza vuota.
La compagna Maria, la francesina, la sovversiva, la spia, era scomparsa, sparita. Ormai però era stata individuata e per questo non venne più a Grosseto.

(1)

Nota

La comunista francese si chiamava Marie Risson ed è ricordata da Guido Vannozzi in: Badilanti nella cooperativa terrazzieri / a cura di Corrado Barontini, «Grosseto ’90», gennaio 1989, p.15, e da Carlo Gentili in: Banchi, Aristeo (Ganna). Si va pel mondo…, Grosseto: Arci, 1993, p.108-109.

Badilanti nella cooperativa terrazzieri
a cura di Corrado Barontini, «Grosseto ’90», gennaio 1989, p.15.

Chi racconta:
Guido Vannozzi è nato a Grosseto nel 1905. Nel 1921 entra in contatto con i giovani della federazione comunista grossetana. È impegnato nell’attività clandestina militando nel Partito Comunista. Nelle prime elezioni amministrative del dopoguerra viene eletto consigliere comunale del PCI, al Comune di Grosseto

Con l’avvento del fascismo, per chi non era fascista, le possibilità di trovare un’occupazione erano scarse; si doveva prendere la tessera del fascio per lavorare.
Da ragazzotto (avevo una quindicina d’anni) ero andato al lavoro al Bar Battigalli (che era nel Corso); in quella esperienza c’era a lavoro con me un certo Nieri, che aveva idee anarchiche e parlavo spesso con lui. Poi nel ’21, con la scissione di Livorno, entrai in contatto con i giovani del nuovo Partito Comunista e così cominciai a frequentare quei compagni che come me cercavano di impegnarsi in prima persona.

  Ormai da anni in provincia di Grosseto era attiva la Cooperativa Terrazzieri che svolgeva i lavori della bonifica appaltandoli in gran parte dal Consorzio di Bonifica grossetano. Era un lavoro duro che non tutti erano disposti a svolgere. Per me quell’occasione di lavoro era una necessità e così dopo tornato da militare divenni socio della Cooperativa e cominciai a fare il badilante.
A quell’epoca era Presidente della Cooperativa il compagno Bonacchi Sollecito ed eravamo una cinquantina di soci tutti impegnati nel lavoro, – nel dopoguerra la cooperativa crebbe molto e arrivò a occupare oltre 600 lavoratori –, però negli anni che c’ero anch’io tutto era più difficile.
Nel 1935  alcuni compagni impegnati nel lavoro politico (fra cui io, mio fratello Sestilio, il Lodovichi e Leprai) venimmo allontanati dalla Cooperativa.
In quegli anni il fascismo sembrava essersi affermato su tutti i fronti e così cercò di dettar legge anche nella dirigenza della Cooperativa Terrazzieri; attraverso il Bonvicini, dirigente del Consorzio di Bonifica grossetana, da cui venivano presi gran parte dei lavori, fu proposto di nominare fra i responsabili della cooperativa due fascisti. Di questi ne venne eletto uno soltanto.
Molte delle attività lavorative erano nella zona di Capalbio, al Chiarone, dove c’era una intensa opera di bonifica. Da quelle parti capitarono anche molte persone provenienti da altre regioni; gente senza famiglia, che venivano chiamati da noi ‘i feriti’ perché erano un po’ come gli uccelletti feriti che non riuscivano più ad andarsene e vivevano sul posto alloggiati in baracche.
Un giorno si tornava da lavoro da Capalbio e nel viaggio in treno c’era con noi Giovannino Bestia un antifascista che si mise a cantare una canzone nota in quegli anni: «Un’ora sola ti vorrei», ammiccando in un discorso a doppio senso che ce l’aveva con il capo del fascismo Benito Mussolini. «Un’ora sola ti vorrei» come dire, fra le mani per dargliene di santa ragione. Nel treno c’era un certo Lupi, un fascista impiegato al Consorzio di Bonifica che scese prima di noi tutti e andò ad avvertire la polizia ferroviaria. Così quando scendemmo trovammo la sorpresa di essere additati alla polizia ferroviaria dalla ‘spia’. Ci fecero accomodare nella sala della vigilanza ferroviaria e lì ci vennero rivolte le accuse dal Lupi che affermava che in treno si era parlato male del duce. Io che gli ero vicino cercai di saltargli addosso per picchiarlo, ma venni fermato, poi con un furgone ci portarono in carcere. Rimasi in galera alcuni giorni e quando uscii, a casa trovai un avviso dove mi si chiedeva di presentarmi alla Sezione del fascio di Grosseto. Ci andai e venni ricevuto dal Pucini che mi chiese perché non avevo mai preso la tessera del fascio; risposi che tessere non ne avevo mai avute e non intendevo prenderle. Ci furono minacce, ma poi mi lasciarono andare.
Una compagna francese
Nella seconda metà degli anni trenta, un giorno capitò a casa mia una compagna francese, una certa Maria (mi pare di cognome Risson), che si era fatta accompagnare in carrozza. Si presentò cercando di me e non ho mai saputo come avesse avuto il mio indirizzo.
La sera fui suo ospite; parlava bene l’italiano e discutemmo dell’impegno dei comunisti nella lotta contro la dittatura e della situazione internazionale, mi consegnò del materiale di propaganda che poi distribuii. Mi spiegò anche come usando l’orario ferroviario, tramite un codice, era possibile tradurre le notizie contenute in una lettera cifrata.
Per diverse volte questa compagna mi scrisse da Nizza usando il codice che mi aveva trasmesso, ci tenevamo informati della situazione dei singoli paesi e del lavoro politico da fare. Dopo un annetto però il rapporto epistolare si interruppe e di lei non ho saputo più nulla.

In Spagna a combattere nelle Brigate Internazionali

a cura di Corrado Barontini ( l’appunto fa parte della testimoninza con Carlo Gentili )

Ci sarebbero tante cose da raccogliere ancora.
Ecco un episodio da non dimenticare: la partenza per la Spagna di Trueba e del Mozzo (Vittorio Alunno), che insieme ad altri tre compagni, di cui non ricordo il nome (1), con una barca a remi, raggiunsero Piombino, andando lungo costa… poi passarono all’isola di Capraia e da lì, partendo la mattina presto, arrivarono in Corsica, dove vennero anche speronati da una motovedetta francese.
Trueba a volte mi ha parlato di questa sua avventura. Dalla Corsica vennero spediti a Parigi, in Francia, ma solo Vittorio Alunno e Angiolo Rossi (2), che erano i più giovani del gruppo, furono mandati a combattere in Spagna contro il fascismo e il nazismo internazionale.
Nelle formazioni Garibaldine, che all’epoca erano comandate da Ilio Barontini di Livorno, incontrarono un altro grossetano, Siro Rosi (che era scappato dall’esercito italiano, inviato in Spagna, per entrare a far parte delle Brigate Internazionali).
L’Alunno perse la vita in combattimento.
Dopo la vittoria del generale Franco, Rosi e Trueba si rifugiarono in Francia, dove vennero internati in un campo di concentramento (3) e dove soffrirono la fame più nera. Mi diceva Trueba che un giorno nel campo entrò un carro trainato da un mulo e lui e Siro [Rosi] gli presero una manciata di biada per mangiarla, ma scoperti che furono vennero malmenati. La fame li costringeva perfino a mangiare la cera delle candele.
Dal campo di concentramento Trueba venne rimpatriato in Italia e incarcerato mentre il Rosi (che era stato condannato a morte perché disertore) riuscì a scappare ed entrò nelle formazioni partigiane francesi dove combattendo subì la perdita di un occhio.

 

Il cimitero del campo di Le Vernet d' Ariège, nei Pirenei francesi, durante il nostro omaggio nel novembre 2010

Note:

1)Insieme a Vittorio Alunno e Angiolo Rossi partirono per la Corsica Luigi Amadei, Pietro Aureli e Italiano Giagnoni.
2)In realtà anche Amadei e Aureli combatterono contro i franchisti nelle file della XII Brigata Internazionale “ Garibaldi ”. Solo Giagnoni, il più anziano di tutti, non venne inviato in Spagna perché aveva dei problemi di vista.
3)Si trattava del terribile “campo di sorveglianza speciale” del Vernet, allestito nella regione francese dell’Ariège per “ospitare” i repubblicani spagnoli e i volontari delle Brigate Internazionali, che avevano lasciato la penisola iberica dopo la caduta di Barcellona (26 gennaio 1939). Descritto con drammatica efficacia da Arthur Koestler nel suo celebre “ Schiuma della terra ”, il campo era dotato di un cimitero, dove sono ancora sepolti numerosi antifascisti italiani, polacchi, tedeschi, ungheresi, cinesi e di molte altre nazionalità, morti per i trattamenti subiti nella struttura concentrazionaria.

 

 

[Scheda di Corrado Barontini, collaborazione di Fausto Bucci per RadiomaremmarossaFoto di Aldo Montalti]