Emole PALLANTI

poeta di Vallerona

 

Il personaggio,  i saperi, la memoria


La foto che lo raffigura sulla copertina di un opuscolo  incappottato con in mano un libro tenuto stretto insieme ad un mazzo di carciofi, ci restituisce insieme il temperamento schietto e l’anima mite di questo personaggio.
Pur non avendo frequentato le scuole e sapendo appena scrivere, la sua curiosità lo ha portato a leggere i classici della letteratura italiana; alcune testimonianze attestano che avesse letto la “Divina Commedia” e che ne sapesse una buona parte a memoria. Così come “La Gerusalemme liberata” del Tasso o “L’Orlando furioso” dell’Ariosto.
Sapeva suonare la chitarra, come testimonia Settimio Pallanti che dice: “ ha insegnato a diversi a sona’ la chitarra ”.
Insomma dentro al microcosmo di Vallerona un personaggio come Emole Pallanti ha sicuramente contribuito a dare, con i suoi versi,  un’identità culturale ed umana all’intera comunità.
Nel 1968 Sergio Sileri di Genova incise la sua voce con il registratore . Emole, ormai già in là con gli anni, recitò alcune sue poesie accompagnandole con qualche commento spiritoso.
Ma ecco come si descrive nella testimonianza:

 “ … io non sono un poeta né un avvocato, ma posso comporre dei versi bernescanti, chiamati… e ne dirò qualcuno qua e là a saltarelli… ora gli faccio un verso di quando ero a mietere in maremma. A un contadino… dice: via Pallanti… canta un po’ ‘na poesia!
E allora dissi…, beh, la farò. Siccome questo posto si chiamava Montequerci attaccai così:

O Montequerci come m’hai satollo
mi hai fatto diventare un pellegrino
mi hai fatto affinare un poco il collo
m’hai dato poco pane e meno vino
carne non vidi né uovo di pollo
mi hai mantenuto sempre poverino
e il caldo preme come ardente forno
l’hai nel sedere, un altr’anno ‘un ci ritorno!”

Insieme alla battuta pronta, fra i versi di Pallanti, troviamo ben rappresentato il suo spirito ribelle che incarna appieno la coscienza critica del mondo popolare. Nei versi dedicati “ all’Italia fascista ” si percepisce bene l’appartenenza del poeta che parla di quel periodo in questo modo:

 “Al tempo del fascismo, siccome so’ socio della Cooperativa, i miei compagni, soci anche loro, dice: potresti cantare un verso… secondo come lo vedi tu, del fascismo?…”

Emole chiede ai compagni di “coprirgli le spalle” guardando che non vengano i fascisti:

“… e io cantai, allora avevo la voce che si sentiva anche da lontano, ma cantavo a bassa voce per non da’ troppo sentore a quelli che adopravano il nerbo, e dissi:

Povera Italia misera e negletta
che stai perdendo tutti i tuoi confini
il Duce del fascismo cosa aspetta
a dar la pace agli uomini e ai bambini?
Il popolo  d’Ital’ grida vendetta
che sia cambiato il posto a Mussolini
e bramo vederlo in un momento tristo
là in sulla croce come han fatto a Cristo.”

Questo era Emole Pallanti ed è stato importante averlo celebrato con una targa murata nella casa di Vallerona dove il poeta era vissuto.
L’iniziativa, che lo ricorderà alle generazioni future, fu proposta da Alessandro Giustarini .
Emole Pallanti ha lasciato pochi appunti manoscritti dei suoi versi; si tratta di cinque paginette su fogli protocollo scritte con una calligrafia incerta che fanno capire la scarsa scolarizzazione. Sappiamo che Emole non aveva frequentato nessuna scuola, ma era stato aiutato, per imparare a leggere e scrivere, dai parroci di Vallerona: Don Augusto Mezzetti  di Sorano e Don Giovanni Miglionico  di San Giovanni Rotondo.

Agli appunti manoscritti di pugno del poeta si aggiungono alcune trascrizioni compiute dai figli Giosuè e Ascaro, alcuni versi ricordati a memoria da Alfredo Pastorelli, due interviste a Settimio Pallanti e Alideo Corridori e infine le testimonianze di Aniceto Vergari e di Claudio Fedi (quest’ultimo di Murci).
Esiste infine la bobina magnetofonica registrata da Sergio Sileri  nel 1968 nella quale è lo stesso Pallanti a recitare i propri versi. Molte cose inserite nell’opuscolo sono state riprese proprio da questo documento sonoro.

Per quanto possa sembrare strano, l’improvvisazione poetica ha consentito di far esprimere nella forma dell’ottava rima anche personaggi pressoché analfabeti o con scarsa scolarizzazione che affidandosi alla pratica del “canto a braccio” hanno saputo disegnare un proprio spazio creativo riconoscibile e riconosciuto nella comunità di appartenenza.
Non a caso Emole Pallanti veniva detto dagli abitanti di Vallerona “il poeta”, proprio perché in lui si riconosceva la capacità espressiva del poetare riportando in versi pensieri, opinioni, immagini, con la giusta sensibilità, originalità e  passione.

Fra i materiali di Pallanti troviamo la composizione di un contrasto sul tema “il Sole e la Luna” segno questo che il nostro poeta conosceva anche l’arte del contrastare; sappiamo infatti  che in alcune occasioni si è misurato proprio su temi a contrasto ad esempio con i fratelli Tribuno e Tullio Tonini  di Murci.
Dice Alideo Corridori: “I poeti contrastavano la domenica, i giorni festivi…, l’ho visti qualche volta… (Pallanti) l’ho visto tante volte cantare anche con Felici  di Cana… e con Tribuno Tonini su a Santa Caterina, da Gina (Pastorelli) quando aveva il ristorante… una sera poi mi ci misi anch’io a fa’ due ottave, ma a me mi mandò subito fòri…”

Il poeta e le sue trovate

Nella comunità di Vallerona, Emole Pallanti  ha finito per diventare l’interprete indiscusso dell’ottava rima. Così lo descrive il nipote Settimio Pallanti: “Lui recitava nelle botteghe, sul lavoro all’improvviso… lui aveva sempre una matita più lunga massimo tre quattro centimetri. La tirava fòri dal taschino, qui, la leccava… un pezzetto di carta di giornale… la carta gialla e ci scriveva qualche frase che gli veniva…. Era bravo, si stava l’ore e l’ore a sentillo, c’era soddisfazione…”.
Come persona com’era? È stato chiesto in un’intervista a Claudio Fedi  (cl. 1923) di Murci:
“ Un cosino alto, asciutto… “
Me ne parlate un po’?
“Io l’ho conosciuto che avevo sedici diciassette anni, gli facevo un po’ il manovale quando lavoravano a Murci lì al podere di Lorenzoni… sa’ di que’ tempi si ricorda poco. Ogni modo era un omo esile… ogni tanto scherzava… e qualche volta l’ho inteso canta’ a Murci, ché cantava di poesia.”
Con chi cantava a Murci?
“Cantava co’ il figliolo del povero Pergente… Tribuno [Tonini]…, con Tullio qualche volta… ne’ tempi che l’ho conosciuto io…”
Cantavano anche in pubblico?
“Sì sì, in piazza, nel caffè, nell’appalto… gli davi un bicchiere di vino e lì cantavano”
Come mai era venuto a Murci?
“Facevano i muratori, col fratello… ristrutturavano sia il poderino del Lorenzoni che quell’altro… durante la settimana lavoravano poi andavano a casa… in pratica erano di Vallerona.”

Ed ecco alcune poesie di Emole Pallanti.

Astri del cielo
versione ripresa dalla voce di Emole; esiste anche una trascrizione del figlio Giosuè

Astri del cielo luminoso e bello
di Venere tu indossi le bellezze
benedetto il pittore ed il pennello
che ti fe’ cari i modi e le carezze
se al mondo ritornasse un Raffaello
e le opere sue di nuovo rifacesse
in terra non troverebbe un miglior viso
se scelto non l’avesse in paradiso.

Se fossi ricco
versione ripresa dalla voce di Emole che introduce i versi con queste parole:

Questo è un’affaretto di quando un giovanetto si innamora di una ragazza. Eh, eh… e gli dice eh, belle queste parole, la donna c’ha piacere quando gli si dice così:

Se fossi ricco d’oro e di gioielli
ricoprir ti vorrei da capo a piede
se fossi Papa per quest’occhi belli
in Vatican rinnegherei la fede
e se fossi imperator del mondo intiero
sol per un bacio tuo ti darei (tutto) l’impero
e se fossi il Dio con me ti condurrei
ed in ginocchio in ciel ti adorerei.

Vestito in sera come un poveretto
versione ripresa dalla voce di Emole. Esiste anche un testo trascritto dal figlio Ascaro che reca un commento sull’accaduto

Vestito in sera come un poveretto
in un festino mi venni a trovare
dov’era molta gente un po’ a lo stretto
quasi impediva al posto di ballare
allor vi entra due person  dal corpo eretto
e di quelli che non sanno perdonare
mi presero di mira come un merlo
perché in testa vecchio avevo il cappello.

Certo che tocca sempre al poverello
divertirsi non può nel carnevale
oggi non vi è più amor neanche al fratello
perché natura ci hai creato male?
Io mi rivolgo a te, al tuo mantello
vedi la pace nostra che non vale
depura il sangue nostro i nelle vene
e di amarsi a vicenda e di volersi bene.

Al vino
ricordata dal figlio Ascaro che afferma essere stata composta a Murci mentre  Emole lavorava col fratello Acilico

O vino che di vite scintillante
risplende in questo vetro il tuo colore
la forza la possiedi di un gigante
più ne meritasti un buon sapore
benedetto Noè che fu l’insegnante
tempo non perso dell’agricoltore
bevi del vino e salute avrai
però ti prego non abusarne mai.

A Fusco Margiacchi e Desiderio Cinelli morti il 6/10/1941 nella miniera di Cana
Trascritto dalla testimonianza di Pastorelli Alfredo

O gioventù modesta e laboriosa
martiri di una vita spensierata
che per fatal destin sopra ogni cosa
dai gas sotterranei fu spezzata
tu Fusco la tua madre dolorosa
tu Desiderio a tua famiglia amata
mancaste al dolce appello nel bel sorriso
facendo specchio in ciel nel Paradiso.

Le bistecche e una palla di cavolo
Versione ripresa dalla voce di Emole con un suo commento:

Vi racconterò un fatterello recente… l’altra sera capita qui certi signori di Grosseto con un appetito, avrebbero mangiato un vitello intero. E ordinarono un mucchio di bistecche… e io scesi a basso a compra’ una palla di cavolo, centocinquanta lire, ma bella, fresca… quando la videro dice: – Ehi, bistecche e poi si vòle condire questa palla di cavolo!…-  dice: – e tu verrai a fare merenda con noi. Io dico: non voglio tante bistecche a me mezza sola mi fa…-
Poi quando  fu il tempo che fu pronto le bistecche si alzarono dal tavolino, andarono, ma a me non mi dissero più niente. E io per educazione non ci andai… dissi: – non se ne curano.
E allora un po’ estroso, poetico, quando ritornarono .. avevano una pancia gonfia come un pallone e io feci un verso bernescante… e lo feci in canto:

Il poverello certo non è degno
di anda’ a mangiare insieme coi signori
guarda, sembrano padron di tutto il regno
e se ti accosti ti cacciano fòri
voglion bistecche cotte con ingegno
fiaschi di vino e profumati fiori
di fa’ merenda insieme fu una balla
e ci rimisi il cavolo e la palla!

La contavvenzione
Versione ripresa dalla voce di Emole con commento:

Un geometra risentito m’impose una multa perché volevo fare… e feci una casa al mio bambino, ma e mi fece fa’ una contravvenzione dopo di avermi sbagliato il disegno… Quando andai a pagare la contravvenzione era presente [anche il geometra] e il Sindaco dice, ma… potreste canta’ un verso, sento che hai quelle mille lire sole… e allora cantai:

Invece di darmi un premio poverello
se faccio una casetta al mio bambino
se poi si pensa che so’ vecchiarello
e in tasca non ce l’ho neanche un quattrino
solo il coraggio se non mi ribello
seguo la sorte mia come il destino
fanno le ville a conti e baroni
e ai poverelli le contravvenzioni.

E il Sindaco dice: potreste ancora continuare?

Questo forse è un compenso dei cannoni
nel quindici e diciotto ero soldato
sul monte Baldo altissimo e Botroni
nel basso Isonzo fui sacrificato
di fame e sete di spaventi e tuoni
ogni settore gli era bombardato
così trascorsi il tempo in tanti guai
miracolo di dio che ritornai.

E allora il Sindaco strappò la contravvenzione e disse: pòro diavolo, non ha chiesto soccorso a nessuno lascialo stare che lavori.

La visita del Vescovo
Versione ripresa dalla voce di Emole con un commento:

Circa un mese fa capitò qui un Vescovo e il nostro prete gli disse: guardi quello là è un po’ estroso poetico, potrebbe sentire qualcosa da quell’uomo. E allora fui chiamato e mi fece una dimanda. Dice:  cosa dite voi della nostra religione?
E allora io dissi:

Duemila anni fa nacque un bambino
che sol che stracci non aveva nulla
e fu adorato come un Dio divino
e dai pastori là fu posto in culla
dai poverelli pesce, pane e vino
e insieme coi bambini si trastulla
e se il suo verbo ascoltassero le genti
finirebbe le guerre e i prepotenti.

Poi c’avevamo la festa vicina della Madonna del Rosario… dice: a questa cosa gli dite?
E allora mi rivolsi alla Madonna e dissi:

Salve Santissima Madre Maria
che fate ai peccator grazie infinite
Regina sì del cielo casta e pia
e coll’amor vostro ci nutrite
a voi il mio pensier rivolto sia
con fede con preghiere più sentite
so’ stato un peccatore ed è vero
mi pento e dolgo ed il perdono spero.

Poesia della rabbia
Versione ripresa dalla voce di Emole con commento:

Una volta tornando dal lavoro stanco e non avendo neanche un soldo in tasca per ristorarmi… fui affrontato da certi signori e dice: vai, canta una poesia!…  Loro avevano mangiato e bevuto, stavano bene, invece io avevo fame e ero stanco… Allora preso dalla rabbia cantai un verso e dissi:

E se potessi esse’ il Padreterno
accontentar le vorrei tante persone
vorrei cambiar l’estate coll’inverno
al mare dargli nuova posizione
e il paradiso mescolarlo coll’inferno
al mondo fargli fare un ruzzolone
mandare il sole là dove c’è il gelo
mette’ la terra sopra e sotto ‘l cielo.

Il Sasso di Roccalbegna
versione ripresa dalla voce di Emole con un commento:

Un giorno andai al mio Comune di Roccalbegna e, appena era passato i tedeschi in fuga inseguiti dall’americani, e siccome a Roccalbegna è successo un guaio che ammazzonno quattro o cinque giovanotti  e se non veniva l’americani era facile che minavano anche il Sasso, che c’è un sasso spropositato in Roccalbegna, e io ci feci un piccolo verso. E dissi:

Di Roccalbegna o sasso pittoresco
tu sei proporzionale per natura
ti spaventasti nel vede’ il tedesco
forse di flagellare ogni creatura
io parlo di tu e il vederti accresco
e come un monumento fai figura
ti manca in testa il cappello o l’elmo
però ti prego tu stia sempre fermo!

 

Sulla tradizione del Maggio, presente nel territorio di Roccalbegna, riportiamo il testo che segue che è un Maggio allegro, in terzine:

Maggio garbato
Il testo che segue è stato trascritto da Alideo Corridori che nella sua intervista commenta con queste parole l’attività di Pallanti per l’usanza del Maggio: “Pallanti componeva i maggi; lui ci radunava, questi ragazzetti in casa, e per il maggio poi si faceva anche mesi di prove, perché bisognava imparallo a mente, quando s’andava era già tutto a memoria; e lui componeva e poi c’aveva la chitarra; con la chitarra ci dava l’intonatura… io ero già abbastanza grande… ma tanti si sono formati proprio da lui per il maggio…”

Trionfo è in cielo e in mare
e in terra è gioia e festa
cantando l’usignolo alla foresta.

La fanciulletta onesta
si vuole maritare
è nata in mezzo ai fiori per garbare.

Mi voglio rallegrare
di gioia in questo giorno
vedendo il nuovo maggio far  ritorno.

Col tuo visino adorno
ti ammiro e sei carina
io t’amo e son giocondo e tu divina.

All’alba la mattina
si vedon le donzelle
son tortoline amabil, son sorelle.

Le cose son più belle
la mia speranza è vera
amor di tortorella sii sincera.

Or diam la buona sera
e via ce ne partiamo
quando spunta il mattin ci rivediamo.

 

Nota:
Fra le poesie dedicate a questo poeta vogliamo ricordarne una di Sergio Sileri,  il poeta di Genova che ha avuto il merito di incidere la voce di Emole Pallanti su nastro; nella stessa bobina del 1968 recitò una poesia dedicata al poeta di Vallerona. Eccola :

Al mondo stan poeti e molti ingegni
di buon valore e di encomianza degni
ma non credea di certo qui trovare
tanti pensieri e rime da ascoltare.
Salute a te poeta in Vallerona
di fervida mente ed ottima persona
che tu possa viver felice e senza affanni
maestro di saper, ancor cent’anni.

Emole Pallanti non visse cent’anni; morirà il 24/11/1969.
Era nato a Vallerona il 24 Aprile 1892.

Le notizie e le poesie sono state riprese dalla pubblicazione:
“EMOLE PALLANTI – Poeta di Vallerona” (a cura di C. Barontini e A. Giustarini), Vallerona, 15/12/2002
Nell’occasione venne inaugurata una targa affissa nella casa del poeta per ricordarlo alle generazioni future.

 

Scheda di Corrado Barontini