Aroldo Salvadori, ”Guerra” e ”Chiti”

 Aroldo nasce nel comune di Volterra il 19 maggio del 1925.
Suo padre ha un nome che è tutto un programma: si chiama Avanti (Pomarance, 1901) e professa idee antifasciste, atteggiamento che gli crea non pochi problemi alla fattoria di Ariano dove svolge il suo lavoro di barrocciaio.
La mamma si chiama Nella Spinelli, con loro vivono anche la nonna Fine e due figli maggiori, Irma e Spartaco.

 Quando gli attriti col fattore fascista diventano insopportabili, ai Salvadori non resta altro che cambiare aria stabilendosi in un piccolo podere proprio dentro la foresta del Berignone, una casa molto isolata circondata da una macchia fitta. Fanno gli agricoltori, si spaccano la schiena per vendere qualcosa il sabato al mercato di Volterra da raggiungere a piedi con le ceste in testa. E, sempre a piedi, Aroldo e Spartaco (6 e 8 anni …) vanno a scuola: almeno 6 chilometri di viottoli nel bosco e di torrenti da varcare, con ogni tempo, pioggia o freddo che sia. Ogni mattina per arrivare già stanchi morti ad Ariano e sentirsi umiliati perché la maestra non accetta quelle scarpe fangose, o castigati perché lei non capisce gli improvvisi crolli sul banco, per il sonno e la stanchezza, di Aroldo.

 Dopo un paio di anni la famiglia si sposta verso Mazzolla, ma la vita non cambia molto per i bambini: è comunque, quella, un’età spensierata e loro vogliono non sentirsi differenti dagli altri coetanei cercando di aggirare in qualche modo i malumori del babbo che non vorrebbe vederli vestiti da balilla. L’amorevole complicità materna li rende appagati anche in questo.
Nella tarda adolescenza Aroldo si trasferisce nel comune di Pomarance dove la famiglia prova ad acquistare un piccolo podere del conte Ginori ed è a questo punto della sua vita che inizia la triste avventura della guerra fascista.

Il padre Avanti, già bersagliere, è subito richiamato per lunghi mesi, poi al suo ritorno tocca a Spartaco partire per il fronte: sono braccia tolte all’economia di casa ma, soprattutto, pensieri angosciosi in più da condividere in famiglia con le donne rimaste a curare la terra.

Nel 1943, all’indomani della proclamazione della Repubblica di Salò, Aroldo viene chiamato dai fascisti ad arruolarsi: lui non è ben disposto, a 18 anni qualche tarlo ha già cominciato a corrodere le certezze che il regime ha cercato di imporgli, facilitato ovviamente dall’ambiente delle famiglie contadine amiche dei Salvadori, silenziosamente ma inflessibilmente antifasciste. Non si consegna.
Intimorito dalle minacce di arresto per i genitori dei renitenti alla leva contenute nei bandi fascisti, Aroldo ritorna dalla iniziale latitanza e subisce un minaccioso interrogatorio a Pomarance da parte del famigerato fascista Fontanelli: ma i fascisti hanno bisogno di carne da macello, la latitanza è ‘’perdonata’’ e Aroldo all’indomani parte arruolato per Pisa, dove il destino gli dà una mano.

Un poco onorevole alto ufficiale del distretto militare, allettato dal contenuto del voluminoso fagotto al seguito del nostro, contenente salumi e formaggi, propone di scambiarlo con una immediata licenza di 15 giorni, al termine della quale dovrà presentarsi a Firenze.
E’ il colpo di fortuna che Aroldo non si aspetta e che sa cogliere al volo, in poco tempo è già sulla corriera che lo riporta a Pomarance: gli autisti che in mattinata lo avevano accompagnato dal paese a Pisa non credono alla storia della licenza, sospettano, conoscendone il carattere, una diserzione e, nel tentativo di proteggerlo, lo sistemano sul tetto della corriera tra le valigie e il freddo intenso di un lento viaggio lungo 96 chilometri che lo riporta a casa.

In famiglia prende la decisione di non presentarsi più iniziando un percorso di non ritorno, come renitente alla leva fascista e quindi combattente tra i partigiani, costi quel che costi.
Comincia un periodo di attesa di essere avviato all’attività partigiana: si nasconde con altri nel bosco di Berignone, che conosce come le sue tasche per averci passato l’infanzia, supportati dai poderi di Gesseri della famiglia Cavicchioli e di Casinieri da ‘’Beppone’’, tutti seri, fidati, preziosi collaboratori partigiani.
La notte occupano i capanni dei carbonai, attendono tutti una prima organizzazione che arriva con la comparsa di un distinto signore che Aroldo ricorda di aver conosciuto settimane prima, un signore presentatosi come commerciante di bestiame ed ospite dei contadini della zona [ ‘’ … un capo bravo, una brava persona … un bel ragazzo … e gli piacevano tanto le donne …’’].

Si tratta di Elvezio Cerboni, ‘’Mario’’, il capo partigiano di Massa Marittima organizzatore della c.d. ‘’Banda del Massetano’’, una delle primissime formazioni partigiane italiane, apparsa proprio all’indomani dell’ 8 settembre: a Mario, per equilibri superiori all’interno del CLN, è subentrato l’ex capitano repubblicano Mario Chirici, decisione che lui non condivide e che lo porta quindi a lasciare il territorio di Massa Marittima e spostarsi qui, nei boschi di Berignone, a continuare di cercare di chiudere i conti col fascismo e coi fascisti che per anni hanno invano, con ogni mezzo violento, provato a fargli cambiare quelle idee sovversive che manifestava coi suoi compagni Otello Gattoli e Enrico Filippi.
Ed è lui, quindi, ad accollarsi la loro prima formazione militare, motivandoli, mettendo loro a disposizione la rete di protezione creata, chiedendo infine una scelta irreversibile: la lotta armata contro i fascisti ed i loro alleati nazisti.

E’ ancora il Berignone il teatro di questa nuova formazione che aderisce alla XXIIIª Brigata Boscaglia, brigata a grande maggioranza comunista: si sceglie un luogo strategico e panoramico, si scava un pozzo, si fanno i capanni con la maestria dei carbonai. Il luogo prescelto domina una vasto territorio e le vedette possono comodamente tenere d’occhio le principali vie di comunicazione, la polveriera della Marina Militare, i movimenti di truppe ostili.

Qui, come altrove, la popolazione agricola circostante è in maggioranza favorevole alla lotta partigiana: in tanti vigilano, in tanti forniscono vestiario e cibo, anche perché i nuovi arrivi sono numerosi e continui e c’è sempre bisogno di qualcosa.
I Cavicchioli, i Mugnaini, i Martignoni, i gestori del mulino di Possera, diventano organici a questa compagnia partigiana: chi combatte sente di avere una delega, sente di far parte di un progetto condiviso.
Arrivano anche le prime armi: sono a bordo di un barroccio, coperte da cavolfiori, e vengono consegnate al molino di Possera da un vetturino che riesce, a Saline di Volterra, a passare un posto di blocco repubblichino prendendosi anche beffa dei militi che aiutano l’ansimante cavallo a superare un tratto di salita …

Come in ogni trama cinematografica, compare anche una spia (ve ne sarà più d’una …) che fornisce informazioni ai fascisti; funziona però anche il controspionaggio e gli uomini di Mario decidono di prevenire il rastrellamento piazzando squadre alla croce di San Dalmazio, alla Torre di Sillano e da altre parti: gli scontri portano alla morte di tre tedeschi.
Mario è coadiuvato, nelle sue funzioni di comando sulla squadra di circa 35 uomini, da un vice: si tratta di Bruno Casanovi, un personaggio che non gode la stima di ‘’Chiti’’ (il nome di battaglia di Aroldo in questa fase) e sul quale torneremo dopo…

Uno delle principali azioni di questa formazione partigiana è senza dubbio l’assalto e l’occupazione momentanea di Montieri (Gr), azione condotta in collaborazione con le altre brigate delle zone confinanti, la ‘’Spartaco Lavagnini’’ e la ‘’Camicia Rossa’’. Aroldo Salvadori vi partecipa con un ruolo da protagonista.

Il tutto inizia con due notti di marcia senza sapere né la destinazione, né lo scopo della missione. Si fanno brevi tappe a Montecastelli, alla Paganina, presso il Solaio, a Fosini (qui fattore e sottofattore collaborano fattivamente), infine ci si raduna tutti in una valle ai piedi di Gerfalco per sferrare l’assalto finale.
L’episodio della presa di Montieri è noto: si deve dare una risposta decisa ai fascisti locali dopo le due vittime innocenti (una è un ragazzo giovanissimo) tra i familiari dei renitenti alla leva che protestavano per gli arresti arbitrari. Il fascista montierino Engels Lombardi aveva applicato alla lettera l’invito del capo della Provincia di Grosseto, il truce Alceo Ercolani: ‘’ … tirare sulla gente come all’uccelletti …’’.
I partigiani locali preparano il terreno mettendo fuori uso le reti di comunicazione e allestendo posti di blocco alle varie strade di accesso al paese. I ribelli entrano in paese seguendo tre direttive precise. Alcuni vanno a scovare i responsabili del massacro; altri occupano il Municipio facendo sparire le liste di Leva ed appropriandosi dei nominativi degli iscritti al Fascio; la parte più consistente assalta la caserma dei carabinieri repubblichini, azione cui partecipa Aroldo.
Ma la resistenza dei militi è efficace, soprattutto in virtù del massiccio uso di bombe a mano di cui dispongono; neanche l’intervento della moglie del maresciallo che fa conoscere gli accordi presi, armi in cambio della vita salva ai carabinieri, sortisce un effetto positivo.
L’assedio ha comunque fine anzitempo per il falso allarme di una colonna tedesca in movimento nelle vicinanze del paese: nella concitazione della ritirata, Aroldo ed un compagno perdono contatto con la formazione riunendosi solo dopo due giorni.

Dopo un altro rastrellamento in Berignone a seguito del quale prendono fuoco alcuni capanni, si arriva al fatale momento in cui il comandante Mario, ammalatosi, decide di curarsi a San Dalmazio dove viene individuato da una spia ed arrestato insieme ai Martignoni, padre e figlio.
Rinchiuso nel carcere di Pisa, Elvezio Cerboni ‘’Mario’’ sarà fucilato nel giugno successivo su pressioni dei fascisti massetani, i suoi compaesani che vogliono l’ultima vendetta prima del loro crollo definitivo ormai prossimo.

Perso il capo carismatico, la formazione viene affidata al vice Bruno Casanovi che decide un trasferimento per questioni di sicurezza, spostandosi verso Sant’Ippolito.
Aroldo, che come detto non ha fiducia in questa persona [quasi presagendone il futuro squallido tradimento che lo porterà a vendere i suoi uomini per intascarne la taglia e che, per puro caso, non porterà nessuno di questi alla fucilazione ], non lo segue e prende la decisione di unirsi, sulle Carline, al resto della XXIII Brigata Boscaglia, nella parte direttamente e militarmente comandata dal dottor Giorgio Stoppa, ‘’Paolo’’.

 Avvalendosi dell’inesauribile staffetta Agnorelli (un massetano, invalido di guerra ad un arto superiore) e della sua presentazione, Aroldo viene affidato alla squadra di Vasco Turchi ‘’Leone’’ e, direttamente ‘ispirato’ dal comandante Alberto Bargagna ‘Giorgio’, cambia nome di battaglia assumendo quello di ‘’Guerra’’.

 Un’azione degna di memoria cui partecipa Aroldo, con questa nuova formazione, è quella della grande requisizione dei silos del grano e della redistribuzione tra la popolazione: una vera e propria azione di massa cui partecipano, oltre ai partigiani, decine di carri di contadini organizzatissimi. Ma sono numerosi gli scontri della XXIII Brigata, vera spina nel fianco delle retrovie tedesche.

 ‘’Guerra’’ termina in pratica la sua esperienza partigiana con la liberazione di Radicondoli. Di essa conserva l’insegnamento di vita ed il ricordo dei compagni, da Mario a Leone, da Martignoni al medico partigiano Enzo Merlini, ai comandanti Stoppa [‘’… un buon comandante, risoluto, inflessibile … non proprio simpatico a tutti ma affidabile …’’] e Bargagna.
Ma anche, come ben sanno i partigiani, di tutti i collaboratori che a vario titolo rappresentarono l’ossatura della Resistenza: nel suo caso, i già citati Agnorelli, i Cavicchioli, i Martignoni, Mugnaini, Olfeo Ghilli del podere Quercetello ed altri.

Offerto il personale contributo alla liberazione della sua terra, ad Aroldo lo aspettano anni felici dal punto di vista affettivo, ma non facili dal punto di vista lavorativo, come succederà a moltissimi ex partigiani, ‘’osservati speciali’’ a vita.

 

 

(Scheda di Aldo Montalti, redatta in base alla testimonianza rilasciatagli da Aroldo Salvadori in Montecerboli il 21 settembre 2011).