Altero Bertucci

Altero Angiolino Ferruccio Bertucci nasce Monterotondo Marittimo il 2 agosto 1873, padre è il bracciante trentasettenne Costantino e madre la trentaduenne Maria Salvi; anche lui fa il bracciante e il fabbro e nel 1891 abbraccia le idee anarchiche, diffuse nella località da Germano Cavicchioli e dai fratelli Doccetti, tutti sbozzatori di radica per pipe, aderendo poi al Gruppo anarchico monterotondino. Accusato nella primavera del 1892, insieme ad Alessandro Cinci, Gio. Batta Iacometti, Lamberto Mori e altri sovversivi, degli attentati dinamitardi contro le abitazioni degli industriali Ravenni e Baldasserini e contro la chiesa di Monterotondo Marittimo, respinge seccamente gli addebiti. Chiamato ugualmente a rispondere, il 27 agosto 1892, degli atti terroristici davanti ai giudici del Tribunale penale di Grosseto, in estatatura a Scansano, dichiara: “Sono anarchico e non mi sconfesso: non ho però mai fatta propaganda dei miei principi e molto meno mi sono associato ad altri. Le contestazioni e imputazioni che mi si fanno le respingo perché non ho mai commessi i fatti che mi si addebitano. Son operajo e penso a lavorare e nulla m’incarico di ciò che fanno gli altri, e le accuse suddette credo che mi si facciano dalla polizia perché sa essere io un anarchico, ma in sostanza nulla ho commesso di delittuoso, e non ho altro da dire”. Fermezza e dignità non gli evitano, il 14 settembre 1892, di essere condannato a 2 anni e 3 mesi di prigione e a un anno di vigilanza speciale. Non sconta però la pena, perché, subito dopo il verdetto, si rende latitante, lasciando per sempre la Maremma grossetana. Non è vita facile, la sua. Nei decenni successivi conduce, infatti, un’esistenza assai tribolata e nel 1919 è segnalato dalle forze dell’ordine a Firenze, in stato di seria indigenza. Il 12 maggio 1924 viene schedato dal prefetto di Grosseto, che lo descrive come persona alta m.1,60, di corporatura regolare, dalle mani callose, le spalle larghe, i capelli castani e l’espressione fisionomica “da persona intelligente”. Il funzionario ricorda che quando era a Monterotondo Altero si comportava bene con i genitori, ma si mostrava arrogante verso le autorità: latitante da moltissimi anni, – prosegue il “cenno” poliziesco – “credesi dimori in Francia…” Le notizie successive sono contradditorie. Stando alle carte di polizia, conservate nel fascicolo del CPC, nel ’42 vive ancora a Trieste, è contrario alla dittatura fascista ed è sottoposto a sorveglianza. In quella città muore il 24 marzo 1956.

( A cura di F. Bucci , M. Lenzerini, G. Piermaria, A.Montalti )