I renitenti martiri di Maiano – Lavacchio

Per il triste svolgimento dei fatti vedasi la storia qui, in altra pagina. Riportiamo invece più complete biografie degli undici martiri  tratte dal volume  “A Monte Bottigli contro la guerra” di Corrado Barontini e Fausto Bucci [ La Ginestra – Follonica 2003 ].

 

lavagna

 

 

Mario BECUCCI.

Nato il 4 giugno 1906 a La Spezia (e, per questo, soprannominato lo “spezzino” dai sovversivi maremmani), si trasferì a Grosseto nel 1924, presso la sorella Elena Saccani e nel capoluogo maremmano imparò il mestiere di imbianchino-decoratore dal Carnieri, un valente artigiano, che aveva il laboratorio in Via dell’ Unione.
Abile cacciatore (lo si vedeva spesso, dentro le botti, alla Trappola e altrove), era appassionato di musica operistica e aveva in casa un grammofono e molti libretti della “Ricordi”.
Mazziniano convinto, era amico dell’ avvocato repubblicano Giovanni Magrassi, nella cui abitazione si recò poco prima della seconda guerra mondiale per ascoltare una “conferenza” sulla “libertà del gatto”, metafora della democrazia conculcata dai fascisti.
Persona simpatica e pronta alla battuta di spirito, era dotato di una buona voce e viene ricordato ancora oggi per le belle serenate che faceva, in Via Tripoli, alla fidanzata Giselda. Caduto il regime dei “neri” il 25 luglio 1943 e arrestato Mussolini, Becucci si mise in vista, venendo alle mani con i fascisti in un bar del centro dove, nel corso di una memorabile baruffa, volarono sedie e tavolini;  poi si fece notare di nuovo strappando, in altra occasione, la “cimice” allo squadrista Inigo Pucini che la portava ancora sulla giacca.
Sfollato in settembre con la moglie Giselda Fabiani e le cognate Anna, Ebe e Noemi a Cinigiano, sebbene consigliato alla prudenza dai familiari, il 27 febbraio 1944 andò a contestare platealmente una propagandista repubblichina, Grazia Licheri, venuta ad arringare la popolazione del posto.
Denunciato per il “beau geste” da un certo Bellini e colpito da mandato di cattura delle autorità repubblichine, fu costretto a darsi alla latitanza, mentre la sua abitazione veniva perquisita dai militi fascisti, guidati da Fosco Tuliani, Silio Monti e Fernando Anselmi.
Rifugiatosi a Istia d’ Ombrone, fu ospite di Roberto Nuzi e Adalgisa Fabiani per una decina di giorni e incontrò nella piccola frazione grossetana i clandestini di Monte Bottigli che lo invitarono a unirsi a loro, come fece il 19 marzo, andando a piedi a Maiano Lavacchio, dove dormì al podere “Ariosti” della famiglia Biagi.
Il 20 marzo proseguì a piedi fino alle capanne di Monte Bottigli. Arrestato nella notte del 22, venne picchiato dai repubblichini davanti al Bonzalone e poi – dopo una farsa di processo – fucilato accanto alla scuola dell’ Appalto, alle ore 9,10.

 

 

Antonio BRANCATI.

Nato a Ispica (Ragusa) il 21 dicembre 1920, aveva il diploma di maestro elementare ed era iscritto alla facoltà di Medicina. Allievo ufficiale di fanteria, nel 1943 faceva parte del Gruppo di organizzazione del Comando militare di Grosseto. Dissoltosi l’ esercito l’8 settembre, non volendo servire il regime di Salò, pensò di tornare subito in Sicilia, ma i molti pericoli che presentava il viaggio lo fecero desistere dal progetto.

Nel frattempo aveva conosciuto Dora e Agenore Matteini che lo accolsero alla “Sdriscia”, insieme a un altro giovane “sbandato”, Alfonzo Passannanti. Salito alle capanne di Monte Bttigli nel ebbraio del 1944, Antonio Brancati concluse la sua breve esistenza a Maiano Lavacchio, assassinato dai fascisti repubblichini davanti all’ Appalto, alle ore 9,10.
Ecco la sua lettera scritta ai genitori e trovatagli nella tasca dei pantaloni:
Carissimi genitori,
non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria.
Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente.
Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo. Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.
Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata.
Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata. Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo.
Ricordatevi sempre di me. Un forte bacione
Antonio
Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo ”.

 

Rino CIATTINI.

Nato a Grosseto il 7 novembre 1924, faceva l’operaio. L’8 settembre rifiutò di aderire alla repubblica di Salò e nel gennaio 1944 si dette alla macchia, giungendo a Maiano Lavacchio nei primi giorni di febbraio. Chi lo ha conosciuto, lo ricorda come un ragazzo timido, gentile, con un’ottima voce che qualche volta esibiva cantando. Unitosi ai giovani di Monte Bottigli, morì – non aveva che diciannove anni – insieme a loro, brutalmente assassinato dai fascisti repubblichini davanti all’ Appalto.

 

 

 

 

 

 

 

Alfiero GRAZI.

Nato a Cinigiano il 26 agosto 1925, era studente alle superiori ed era un ragazzo che ispirava immediata simpatia, come ricorda ancora chi lo ha conosciuto in quegli anni lontani. Dopo l’8 settembre 1943 si rifiutò di unirsi ai fascisti repubblichini e non rispose alla chiamata alle armi. Arrestato in dicembre, fu tradotto nelle prigioni di Siena e Firenze ma, quindici giorni dopo, riuscì a fuggire. Tornato a Cinigiano, si spostò, con l’aiuto del padre Ottorino, nel podere di Palmira Guidoni, a Istia d’Ombrone, da dove raggiunse i ripari di Monte Bottigli. Catturato dai fascisti, fu fucilato poco più che diciottenne a Maiano Lavacchio il 22 marzo 1944, alle 9,10. Dopo la liberazione della Provincia la salma ebbe solenni funerali a Cinigiano dove venne sepolta nella cappella di famiglia affrescata da Frichugsdorf. I suoi genitori tennero con loro per quattro o cinque anni – una specie di adozione – l’austriaco “Gino”.

 

 

 

 

 

Silvano GUIDONI.

 Nato a Istia il primo gennaio 1924, era soprannominato “Alvaro”. Ragioniere, amico di Alfiero Grazi, aveva una buona preparazione storica e tecnica che si era formato leggendo le opere del Taine, del Lyons, del Vathaire e di altri autori francesi ed italiani. Contrario al regime fascista, dopo l’8 settembre riparò a Maiano Lavacchio e nel febbraio 1944 salì nel bosco di Monte Bottigli. Catturato dai repubblichini, riuscì a fuggire nella macchia, come Gunter Frichugsdorf e altri due “ragazzi”, riconsegnandosi però ai fascisti, perché questi minacciavano di passare immediatamente per le armi gli altri prigionieri. Portato a Maiano Lavacchio, venne assassinato – aveva meno di vent’anni – il 22 marzo 1944 davanti all’ Appalto .

 

 

 

 

 

 

Corrado MATTEINI.

Nato a Ista il 17 ottobre 1920 da Agenore e Dora Sandri, faceva il commerciante di carni (i genitori avevano una bottega accanto al ponte sull’Ombrone) e il cacciatore. Militare per quattro anni in Sardegna (Macomer, Tempio Pausania e altrove), era in licenza a Istia nell’agosto del ’43. Mandato a Livorno per occuparsi della riparazione di un automezzo militare, vi fu sorpreso dall’armistizio dell’otto settembre. Rientrato subito a casa, nelle settimane successive si trasferì, con Alvaro Minucci, nel podere che i suoi genitori avevano alla “Sdriscia”, restandovi, con Antonio Brancati e Alfonzo Passannanti, fino agli ultimi giorni di febbraio, quando si spostò nel bosco di Monte Bottigli.
Catturato dai fascisti repubblichini, insieme ad altri dieci “clandestini”, viene ucciso il 22 marzo a Maiano Lavacchio con loro, alle ore 9,10.

 

 

 

 

 

 

Emanuele MATTEINI.

 Nato a Istia il 12 dicembre 1923, conseguì il diploma di maestro nell’anno scolastico 1942-43. Esonerato dal servizio militare, raggiunse, nel febbraio del ’44, il fratello Corrado nella macchia di “scop” di Monte Bottigli, condividendone la successiva esperienza. Fra gli “imputati” del tragico “processo” dell 22 marzo nell’ aula dell’ Appalto, fui lui a scrivere con un gesso sulla lavagna un messaggio per la madre Dora: “Mamma: Corrado e Lele, l’ultimo bacio”. Fu fucilato dai fascisti repubblichini quello stesso giorno, alle 9,10.

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcide MIGNARRI.

Nato a Istia il 21 giugno 1924, cominciò a lavorare giovanissimo nella fornace di San Martino in qualità di operaio. Ostile al regime di Mussolini, verso la fine degli anni Trenta fu aggredito, durante le “premilitari”, da diversi fascisti, fra cui un certo Bonaccorsi e un non meglio conosciuto Francesco Gobbi. Al principio del 1942 suo fratello Piero perse la vita nella tremenda campagna di Russia. Chiamato alle armi negli ultimi mesi dello stesso anno, Alcide fu incorporato nel settimo battaglione di artiglieria di stanza a Pisa, dove rimase fino all’8 settembre 1943. Sfasciatosi l’esercito, ritornò a casa e, dopo aver trascorso qualche mese fra i poderi di Maiano Lavacchio, nel febbraio 1944 raggiunse le capanne di Monte Bottigli. Catturato, venne fucilato il 22 marzo 1944 davanti alla’Appalto, dopo una parvenza di processo.

 

 

 

 

 

 

Alvaro MINUCCI.

Nato a Istia il 16 ottobre 1924, era ancora ragazzo quando d’estate andava alla spiaggia di San Rocco, insieme ad altri coetanei, partendo da Piazza della Palma su un carrozzone  o pianale tirato da sei cavalli. Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di arruolarsi nell’esercito repubblichino e si dette alla clandestinità, vivendo per qualche tempo al “Frantoiaccio” di Poggio Cavallo e lavorando prima nel podere Valderigo, alle dipendenze di Giovanni Andreini, e poi alla“Sdriscia”, dove scavava le fosse per le vigne insieme a Corrado Matteini e a Ildebrando Benelli, detto “Brandino”.
In seguito andò a dicioccare i terreni del prof. Cesare Andrei in Valdinibbi e per molto tempo dormì sopra il forno di pane della “Sdriscia2. Spostatosi nelle capanne di Monte Bottigli, venne catturato dai fascisti e fucilato con gli altri il 22 marzo 1944, alle 9,10, dopo un processo farsa.

 

 

 

 

Alfonzo PASSANNANTI.

 Nato a Battipaglia il 28 ottobre 1922, maestro e studente universitario, fu allievo ufficiale nell’esercito italiano. Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di passare tra le forze della repubblica di Salò e, insieme a Antonio Brancati, raggiunse Istia d’Ombrone, dove fu ospitato dai Matteini al podere Sdriscia, al di là della Ricupaglia. Trasferitosi nel febbraio del ’44 nel bosco di “scopi” di Monte Bottigli, insieme agli altri giovani, viene catturato dai fascisti repubblichini e assassinato a Maiano Lavacchio quel 22 di marzo del 1944, dopo un simulacro di processo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Attilio SFORZI.

 Nato a Grosseto il 7 febbraio 1925, era studente di ragioneria. Il 27 dicembre 1943 si dette alla macchia per non aderire alla Repubblica di Salò e per qualche tempo visse a Maiano Lavacchio presso gli Andrei, conoscenti della famiglia della madre, proprietaria di un’officina meccanica a Grosseto in via Battisti. Negli ultimi giorni di febbraio lasciò Maiano Lavacchio e si spostò fra gli “scopi” di Monte Bottigli, insieme agli altri destinati, come lui, a terribile morte. Catturato dai fascisti repubblichini, venne riportato a Maiano Lavacchio per essere fucilato davanti all’ Appalto, a conclusione di un processo farsa.
Si dice che dopo la sua fucilazione i fascisti Pucini o De Anna abbiano scritto – con macabra improntitudine – una lettera a suo padre nella quale si dicevano rammaricati di non averlo potuto salvare. Per rendere omaggio alla sua memoria, il suo nome fu preso da un distaccamento della formazione patriottica “Alta Maremma”, comandata da Adelmo Arrighi.